Ai nostri microfoni ha parlato della sua esperienza nel giovanile, il salto in Superlega e il rapporto con la famiglia

Abbiamo fatto una chiacchierata con Simone Porro, palleggiatore dell’Allianz Milano, e queste sono un pezzo delle dichiarazioni di tutta l’intervista che è già disponibile su tutte le principali piattaforme d’ascolto.
Come inizi a giocare a pallavolo?
“Mi piace sottolineare il fatto che i miei genitori giocavano. Mia mamma ha smesso presto quando è rimasta incinta di mio fratello grande e mio padre invece ha continuato fino a quasi quarant’anni, quindi insomma anche lui il suo percorso l’ha fatto. Siamo sempre stati un po’ introdotti, agevolati nel mondo della pallavolo. Diciamo a noi piace dire che siamo sempre nati con la palla da pallavolo in mano, un po’ è così. Ma abbiamo provato un po’ tutti gli sport. Ricordo che mia mamma racconta spesso che noi andavamo in piscina e piangevamo, non volevamo nuotare. Abbiamo fatto judo ma non ci piacevano le botte; il calcio, ma non ci piaceva il contatto fisico. Quindi abbiamo avuto tutti e tre dei gusti simili, anzi uguali, che ci hanno portato a fare lo stesso sport e direi che scelta più giusta non poteva esserci.”
Com’è arrivata la chiamata di Milano? Hai avuto dei consigli anche da Paolo?
“No, allora Paolo mi ha sempre parlato benissimo della società, fatta di persone veramente magnifiche. Per ora è esattamente come me l’aspettavo, dico la verità, in positivo chiaramente. (La chiamata di Milano ndr.) È arrivata praticamente due settimane dopo il mio rientro dall’anno scorso, quindi verso febbraio, mi chiamava il procuratore e dicevo: ‘No, ti prego! Ho appena iniziato a giocare, non farmi domande, voglio solo pensare a rimettermi in forma e a giocare’. Però appunto si denotava come mi volessero, ecco, quindi sono anche particolarmente felice di essere venuto in una società che mi voleva già l’anno scorso e quest’anno finalmente si è concretizzato.”

Qual è il destino dei giovani pallavolisti italiani? Percepisci di avere degli ostacoli o di essere stato aiutato nel percorso per arrivare fino alla Superlega?
“Io penso che soprattutto negli ultimi anni le società puntino sempre di più sui giovani, come è giusto che sia, sui giovani italiani in particolar modo. Questo è dovuto grazie al lavoro delle squadre giovanili che fanno un ottimo lavoro. Mi viene in mente Treviso, mi viene in mente qui i Diavoli Rosa che sono affiliati con l’Allianz. Secondo me siamo agevolati ecco. I percorsi non sono giusti o sbagliati, ognuno ha il proprio. Però ecco i giovani sicuramente sono molto ben introdotti nell’alto livello. Infatti anche la nostra squadra è giovanissima alla fine ci sono un sacco di giocatori giovani.”
Il cognome Porro sta avendo maggior valore in questo momento nel mondo della pallavolo. La percepisci questa pressione del cognome?
“Sicuramente è una cosa che fa molto piacere a tutta la famiglia, anche se siamo molto umili in quello, non ci piace apparire, però vuoi o non vuoi è così. Ho sempre vissuto un po’ la prospettiva dei miei fratelli, quindi ci sono un po’ abituato ed è una cosa che in famiglia non si sente assolutamente, ti dico la verità. Non se ne parla mai, per noi è una roba quasi brutta da dire ma normale, nel senso non ci facciamo caso. Lo dico sempre: siamo fratelli, siamo molto simili, ma siamo tre giocatori diversi. A parte io e Paolo che facciamo lo stesso ruolo, ma siamo comunque giocatori diversi, quindi sì, si sente ma fino a un certo punto. In casa assolutamente no: i miei genitori in primis non han mai messo nessun tipo di pressione, come è giusto che sia, come è giusto che dovrebbero fare tutti i genitori. Capita spesso di vedere genitori che magari mettono pressione, aspettative ai figli fin da giovanissimi e poi magari dei ragazzi non ce la fanno, si sentono un po’ soppressi da questa cosa. Ovviamente tra di noi fratelli no, anzi ci sono solo prese in giro e roba da fratelli.”
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