Tra il rammarico per il mancato oro dell’Italia e la soddisfazione per l’argento, cerchiamo di tirare le somme da Eurovolley 2026 e l’estate azzurra nel complesso

Commentare un argento non è mai facile, specialmente se arriva al termine di una finale culminata al tie break. C’è l’amarezza di essere andati vicino all’oro, la consapevolezza di aver dato tutto in campo, l’orgoglio di essersela giocata in casa delle avversarie più sentite degli ultimi anni. Oggi, quello che vorremmo provare a fare, è analizzare alcuni temi emersi da questa finale dell’Italia, con uno sguardo rivolto anche verso il futuro.
Il culmine di un’estate complicata
Che questa stagione azzurra non sarebbe stata tranquilla lo abbiamo capito sin dal giorno della presentazione a Palazzo Lombardia a Milano. L’inserimento di Ekaterina Antropova nella lista delle bande tra le convocate, l’assenza per la prima volta di una leader emotiva come Monica De Gennaro, la mancata chiamata di Rebecca Piva e le conseguenti dichiarazioni di Velasco (tema che ancora oggi crea numeri discussioni), il dietrofront dello stesso coach argentino sull’esperimento in 4 dell’ex opposto della Savino del Bene Scandicci e, per ultimo (ma non per importanza), il pesante infortunio patito al ginocchio da Loveth Omoruyi, che ha cambiato nuovamente i piani e gli schemi dell’Italia in vista di Eurovolley 2026.
In una situazione del genere, è probabilmente più corretto parlare di “argento conquistato” rispetto che di un “oro perso“.
Nel complesso, è stata un’estate azzurra caratterizzata da alti e bassi a cui non eravamo più stati abituati nelle ultime due annate e che invece sono stati il trait d’union tra la VNL e questa edizione degli Europei. In tante, troppe occasioni, l’Italia ha evidenziato cali: è successo contro la Francia, poi contro la Svezia (nella prestazione più opaca della rassegna continentale), in semifinale nel terzo set contro la Polonia e infine ieri nella finalissima.
Il nuovo assetto di squadra e la mancanza in campo della leadership, soprattutto emotiva, di una veterana come Monica De Gennaro hanno sicuramente influito nell’andamento altalenante dell’Italia, che fino ai primi due set della semifinale non aveva mai dato la sensazione di riuscire a esprimersi al meglio. Come sottolineato anche da Velasco e dalle stesse protagoniste, questo gruppo, con tale schema, qualora lo si voglia confermare, potrebbe avere ampi margini di crescita e sarebbe stato sensazionale vincere l’Europeo in questa situazione.

C’è rammarico?
Assolutamente sì e sarebbe inutile negarlo. Il secondo set, in particolare, grida vendetta. Avanti 12-6 e con il pallino del gioco in mano, sembrava ci fossero tutti i presupposti per una finale a senso unico. In un tratto però cambia tutto: Santarelli sostituisce Aydin con Cebecoglu e il turno in battuta di Eda Erdem inizia a metterci una pressione asfissiante, causando tra le azzurre perdita di lucidità (i famosi cali di cui parlavamo poche righe fa e che evidenziava ancheVelasco in un’intervista). Sul finale si arriva punto a punto e qui si apre uno dei dibattiti principali: Julio Velasco ha sbagliato ad effettuare il doppio cambio?
Ora, lungi da noi sostituirci alla sua figura, (e no, non vale il solito commento “Ma perché non fate voi gli allenatori?”, questo è uno spazio per parlare e confrontarsi di pallavolo e in quanto tale ne parliamo), ma la prima risposta che viene spontanea dare è “sì“. Nel momento di massima tensione e che avrebbe potuto portarci sul 2-0, tenere in campo due giocatrici come Paola Egonu (ben più esperta rispetto a una pur ottima Merit Adigwe) e Alessia Orro, invece di una Carlotta Cambi fredda dalla panchina, sarebbe stata l’opzione migliore. Adigwe, in realtà, il suo lo fa e anche bene; restano dubbi, invece, sulla gestione al palleggio di una Cambi ancora una volta piuttosto negativa, sulla scia della stagione poco positiva avuta con Novara.
Se il doppio cambio con Antropova e Cambi era stata la nostra arma letale, la punta di diamante, la ciliegina sulla torta per i successi a Parigi e Bangkok, quest’anno l’impressione avuta è che sia stato solamente una sostituzione di gioco normale, che non portasse un vero e reale vantaggio. Su questo tema, ci sarà da riflettere ancora a lungo.
Nel terzo set ci siamo nuovamente illusi un po’ tutti di poterla portare a casa, diciamoci la verità. Ancora una volta, a fregarci, sono stati quei cali improvvisi, nonostante un’Italia che con le unghie e con i denti era anche riuscita a risalire a -1, non avendo però la benzina in corpo per lo sprint finale, come visto successivamente nel tie break.

Che fine ha fatto Stella Nervini?
Dalla titolarità nel sestetto contro la Turchia a Bangkok 2025 alla panchina nella finale di Eurovolley 2026. Che non sia stata l’estate di Stella Nervini è chiaro e lampante: in VNL ha faticato spesso a trovare ritmo in attacco (al contrario della difesa, dove è sempre stata eccezionale) e da casa abbiamo avuto la sensazione (ripetiamo, sensazione) che fisicamente non fosse al 100%. Con l’infortunio di Omoruyi e il ritorno di Antropova in 4, però, Nervini è completamente sparita dai radar di Velasco. La domanda che ci poniamo e che in tanti si sono posti è: perché non gettare nella mischia anche la schiacciatrice di Chieri per provare a sbaragliare le carte in tavola?
Santarelli ha provato a mettere mano alla panchina pescando il jolly Cebecioglu, mentre Nervini ha assistito alla finale senza mai mettere piede in campo. Difficile, anzi difficilissimo se non impossibile dire se sarebbe effettivamente cambiato qualcosa, ma sicuramente rimane il dispiacere di non aver tentato anche questa carta. I dubbi sul suo mancato impiego aumentano se pensiamo che a differenza sua, la compagnia di reparto Gaia Giovannini ha sempre trovato qualche scampolo di partita, anche solamente per un giro in seconda linea.
Ricezione e palleggio, due elementi che vanno a braccetto
A differenze delle annate precedenti, la ricezione non si può sicuramente dire che sia stato un nostro punto di forza. Trovare l’equilibrio con Kate ricettrice è stato complicato e ci sarà ancora da lavorare, ma i dati che saltano all’occhio sono i numeri di Myriam Sylla. Spesso garanzia di successo, in questa edizione di Eurovolley la banda del Galatasaray è spesso andata in affanno in questo fondamentale, rendendo di conseguenza più complicata la regia di Orro.
Già, la regia di Alessia Orro. Spesso messa alla prova da una ricezione traballante, in troppe occasioni è stata un po’ imprecisa, soprattutto nelle assistenze per Paola Egonu, chiamata in numerose circostanze a sistemare alzate troppo vicino a rete con un pallonetto. Un aspetto che ci lascia sempre perplessi, considerato il fatto che Orro ed Egonu giocano assieme da più di un decennio. Ma come per ogni contro c’è anche un pro, in questo caso più di uno: il lavoro al servizio, a muro e soprattutto in difesa (il salvataggio di ieri ad un braccio andrebbe esposto in un museo) sono un’arma preziosissima per l’Italia, un punto di forza che poche altre palleggiatrici, se non nessuna, possono vantare al momento.
Ci sarebbero tanti altri aspetti da analizzare, positivi e negativi (vi lasciamo QUI la nostra live post partita), ma come scritto in precedenza, prendiamoci questo argento e godiamocelo, con la consapevolezza, però, che gli aspetti da migliorare ci sono e che prima o poi, chissà, magari già dal prossimo mondiale, potremo ritornare sul gradino più alto del podio. Per adesso complimenti alla Turchia e alle nostre ragazze. Forza azzurre, siate orgogliose di voi!
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