Le polemiche e le vittorie che hanno caratterizzato gli ultimi dieci anni di Nazionale italiana, a poche ore dal via della nuova competizione continentale

Ormai ventidue anni fa, nel 2004, il compianto regista Gary Winnick firmava una delle commedie romantiche più riuscite all’interno del – non sempre brillante – alveo culturale di quel genere: 13 going 30, tradotto in italiano con il meno fortunato “30 anni in un secondo”. Nel film, Jennifer Garner si ritrova improvvisamente catapultata avanti nel tempo di diciassette anni e con l’obbligo di ricostruire i fili di una vita quantomai disordinata.
L’anno precedente, nel 2003, lo scrittore e politico spagnolo Jorge Semprún dava alle stampe un decisamente più drammatico romanzo dal titolo “Vent’anni e un giorno”. All’interno del libro, che racconta la macabra messinscena teatrale di un assassinio politico nel contesto della guerra civile spagnola, si rifletteva su temi importanti e intimamente iberici come il ruolo della ritualità, del simbolismo e della ripetizione nella società contemporanea, la violenza politica e gli strascichi delle lotte fratricide.
Senza voler arrivare alle vette drammatiche di questo secondo esempio letterario, la storia recente della nazionale italiana femminile di volley potrebbe riassumersi benissimo nel sentire comune che due opere così diverse hanno portato al difficile passaggio vissuto al volgere del nuovo millennio: l’importanza del tempo – e del tempismo – nelle scelte tecniche e di gestione, la necessità di riguardarsi indietro dopo qualche tempo, la speranza che gli eventi non si capovolgano all’improvviso a causa di quelle sliding doors che molto spesso caratterizzano lo sport tanto quanto la vita.
A pochi giorni dai campionati europei, quindi, è sembrato naturale cercare di ripercorrere gli ultimi anni del gruppo azzurro, per capire quali siano stati i momenti salienti che hanno permesso la nascita di una generazione indimenticabile, quali i momenti bui di un percorso non lineare, ma certamente vincente e in grado di dare nuova linfa a un movimento che ha in questa generazione uno dei suoi simboli di successo più evidente.
Prologo – Come nasce una “golden generation”
Nonostante un movimento da oltre 260 mila tesserate e un distacco netto sul secondo sport per numero di praticanti, l’Italvolley femminile stava vivendo, nel 2016, un momento di forte polemica interna. Sebbene quasi sempre inserita nel gruppo delle nazionali più quotate, infatti, la compagine azzurra era nel mezzo di una prolungata avaria di medaglie, aggravata dalla negativa esperienza delle Olimpiadi di Rio 2016, conclusa con una sola vittoria ai danni di Porto Rico e quattro set vinti in cinque partite.
Le conseguenze della debacle non si fanno attendere, e i vertici federali decidono quasi immediatamente di separarsi da Marco Bonitta, il CT campione del mondo del 2002 dai rapporti quasi sempre burrascosi con le giocatrici. A pesare sulla posizione del ravennate era stata soprattutto la scelta in extremis di non portare in Brasile Valentina Diouf, grande speranza del volley azzurro dell’epoca e avvisata della mancata partenza tramite un messaggio sul cellulare.
Dopo qualche mese di riflessione, la scelta del successore ricade su Davide Mazzanti, già responsabile del Club Italia, tecnico delle nazionali giovanili e, nel triennio precedente alla nomina, due volte campione d’Italia con Casalmaggiore e Conegliano. Si tratta di una decisione generalmente condivisa, e anzi invocata da più parti per la capacità del coach di Fano di unire l’esperienza vincente alla giovane età (solo 40 anni al momento della nomina) e allo storico lavoro con la generazione di giocatrici che avrebbe dovuto essere al centro della nuova fase azzurra. L’importanza data alla gestione delle nuove leve, infatti, era anche al centro del comunicato con cui il nuovo presidente federale, Bruno Cattaneo, annunciava alla stampa la definizione dell’accordo con Mazzanti.
“Siamo tutti convinti di questa scelta, Davide Mazzanti ha delle grandi qualità. Dobbiamo considerarlo un uomo di federazione, perché con noi ha lavorato a lungo sin dall’inizio della sua carriera, e soprattutto è un tecnico vincente, come dimostrano i risultati e gli scudetti conquistati. La nostra nazionale è formata da un gruppo giovane e di grande prospettiva e sarà guidata da un tecnico che conosce già molte atlete, avendovi lavorato insieme a livello giovanile.”
Non si trattava, d’altronde, di un gruppo nato per caso: tra il 2012 e il 2015, infatti, erano passate per il Club Italia giocatrici del calibro di Alessia Orro, Paola Egonu, Ofelia Malinov e Anna Danesi, talenti purissimi da affidare a chi per un periodo era stato a capo di quell’importante propaggine federale. Nonostante la presenza di Orro, Danesi, Egonu e Myriam Sylla a Rio, gli Europei del 2017 rappresentano il primo, vero test per la nuova Nazionale, che dai Giochi avrebbe confermato, oltre alle giovani, soltanto Monica De Gennaro eCristina Chirichella, lasciando ormai nel passato alcune colonne degli anni precedenti come Antonella Del Core ed Eleonora Lo Bianco.

Nonostante la competizione si concluda con una netta sconfitta ai quarti di finale per mano dell’Olanda, futura medaglia d’argento, la sensazione comune è quella di una convincente nuova pagina, come dimostrano anche le dichiarazioni post-gara.
“Contro l’Olanda non si è vista la nostra identità di gioco e mi dispiace davvero tanto finire l’estate in questa maniera, perché sono convinto che il nostro percorso sia stato davvero importante. Questa partita ci dovrà servire assolutamente per continuare a crescere e compiere un ulteriore passo in avanti. Se ripenso a quello che è successo nei mesi scorsi, nonostante l’amarezza di oggi, devo dire che è stato qualcosa di fantastico: abbiamo sposato un progetto coraggioso e mi sono attaccato davvero tanto a questa squadra.”
Il passo in avanti arrivò in effetti l’anno successivo, culminato – dopo un sesto posto nella nuova VNL – con la sconfitta in finale mondiale per mano della Serbia al tiebreak. Il successo tecnico e mediatico di quella spedizione, a cui si era aggiunta per la prima volta anche una giovanissima Sarah Fahr, è senza precedenti: oltre sei milioni di telespettatori seguono l’atto finale delle Azzurre, trascinando nella notorietà nazionalpopolare giocatrici in grado di far dimenticare – per qualche settimana – le magre figure calcistiche dell’annata precedente. Una fama che, tuttavia, fin da subito si era presentata come una subdola arma a doppio taglio: insieme all’interesse del pubblico si erano infatti palesate anche le prime, esigenti, critiche a un gruppo a cui sin da subito si richiedeva di risollevare una nazionale da tempo nelle retrovie. Alcune pagine dei giornali del 20 ottobre 2018, infatti, risultano ancora oggi decisamente impietose verso una squadra alla prima rassegna iridata.
“Rimpianti, tantissimi, per l’Italia, incapace di dare continuità a un primo set formidabile. La squadra si è sfilacciata e danneggiata da sola: l’hanno messa in difficoltà le tante battute flottanti e soprattutto le due centrali Rasic e Vejkovic. 10 muri a 7, nella partita che conta l’Italia si fa battere proprio nel suo fondamentale più efficace.”
Il mondo azzurro, comunque, riuscì a mantenere anche in quella fase una calma inopinata. Il processo di crescita veniva ritenuto pur sempre in fase embrionale, mentre il futuro, ancora una volta, roseo. Come ebbero modo di dire le stesse giocatrici una volta rientrate trionfalmente in Italia:
“C’è un po’ di confusione, con tristezza e felicità insieme. Non mi aspettavo un’accoglienza così rumorosa: è bella. Non sento il peso delle responsabilità, nonostante i miei 19 anni: non sono da sola, al mio fianco ho un ottimo staff.”
– Paola Egonu
“Abbiamo fatto colpo, l’Italia finalmente si è accorta di noi, di cosa siamo in grado di fare, di chi siamo realmente. Anche i miei genitori me lo hanno scritto, era più importante creare tutto questo della medaglia d’oro. Il futuro è nostro ma ce lo dobbiamo ancora costruire. Per le Olimpiadi di Tokyo si vedrà cosa saremo in grado di fare, ma almeno le nostre avversarie ora sanno che ci siamo anche noi nel lotto.”
– Cristina Chirichella

La duplicità di questo dolce risultato, bello ma responsabilizzante, è al centro anche di quanto dichiarato da Mazzanti, in questo momento visto dalla Nazionale – e forse anche dalla Nazione, che quasi sempre tende alla rapida esaltazione – come un vero e proprio guru. Le sue parole, misurate, contengono al proprio interno la comprensione del pericolo più grave.
È vero, il futuro è nostro. Ma non può essere legato a cosa abbiamo ottenuto ma a come lo abbiamo ottenuto. Se cambia quello, cambia tutto. È importante tenersi stretto come abbiamo lavorato, i risultati sono belli, fanno audience e aumentano affetto ma dobbiamo staccarci da tutto questo e migliorarci. Ho visto che per strada abbiamo perso qualche concetto del nostro sistema di gioco, evidentemente dovremo allenarci in maniera diversa per essere ancora più efficaci.”
– Davide Mazzanti
Se non fosse chiaro a tutti, quindi, la nazionale italiana era pronta ad affrontare la fine del quadriennio olimpico con la consapevolezza di giocarsi qualcosa di importante in Giappone. Allo stesso tempo, tuttavia, le precisazioni del coach aprivano una domanda ancora inevasa: un allenatore così capace di motivare un gruppo in ascesa sarebbe stato in grado di gestire una generazione di fenomeni affermati? Come si sarebbe posto con atlete che, a partire dall’autunno del 2018, sarebbero diventate centro di dibattito in un paese innamorato della polemica più minuziosa? Non servono queste righe a sottolineare il fallimento dell’esperimento.
2021, Anno Zero. L’Italvolley femminile nell’estate dello sport italiano
Il biennio 2019-2020 era trascorso per l’Italvolley femminile senza particolari scossoni sportivi: la prima delle due estati aveva visto un convincente Pre-Olimpico, chiuso staccando il pass per i giochi giapponesi, e un Europeo dove, nonostante una nuova sconfitta con la Serbia per 3-2, le Azzurre erano state capaci di confermare quanto di buono mostrato al Mondiale, portando a casa la medaglia di bronzo. Nonostante si trattasse di risultati in linea con la traiettoria del gruppo, comunque, le critiche appena accennate dell’anno precedente si erano trasformate in feroci polemiche, intercettate anche da Mazzanti.
“Se penso che tre anni fa ci rimproveravano di non essere una squadra di livello; invece, adesso arriva qualche critica per il mancato Oro, significa che abbiamo generato qualcosa di diverso. Le aspettative su di noi si sono alzate.”
Il 2020, invece, era trascorso senza gare per ragioni arcinote, spostando la data dei Giochi di dodici mesi. Dopo una VNL anonima e chiusa al dodicesimo posto in quel di Rimini, l’estate del 2021 metteva quindi sul piatto il grando appuntamento a Cinque Cerchi. Le prescelte per quella manifestazione mostravano in modo inequivocabile il passaggio di consegne tra generazioni, segnando, come sempre fanno i Giochi, una nuova era della Nazionale: Orro e Malinov al palleggio, Caterina Bosetti, Elena Pietrini, Myriam Sylla e Indre Sorokaite come schiacciatrici, Cristina Chirichella, Anna Danesi, Sarah Fahr e Raphaela Folie al centro, Paola Egonu come opposto e Monica De Gennaro come libero. Delle scelte numeriche – quattro centrali, un solo libero e un attaccante in meno a causa del limite di convocate posto a 12 – che fanno sin da subito discutere, e che vengono difese dal coach in un lungo comunicato rilasciato al CONI, di cui è importante ricordare qualche spezzone.
“Per le Olimpiadi di Tokyo ho scelto di portare quattro centrali perché durante il lavoro in collegiale ho valutato che in questo modo avremo più soluzioni tattiche da adottare nel corso del torneo, Ci sarà inoltre la possibilità di sfruttare le diverse caratteristiche delle ragazze e penso che sia un fattore importante. Rispetto alla mia idea di partenza, ho iniziato a ragionare su questa scelta un mese fa, e per correttezza ho informato il gruppo. Comunicando la mia idea alla squadra, ho voluto abbassare il livello di tensioni, che secondo me non avrebbe fatto bene.”
L’esperienza olimpica sembra inizialmente dare ragione a Mazzanti: la prima partita dell’Italia a Tokyo, il 25 luglio, è una nettissima vittoria contro il Comitato olimpico russo, privo di bandiera per la questione del doping di stato. La gara, dominata 3-0 in un’ora e venti minuti, vede come protagoniste soprattutto Bosetti e Pietrini, dominanti in un reparto privo di Sylla, infortunatasi nell’ultima amichevole.
Proprio la schiacciatrice livornese, nel postpartita, mette comunque in guardia un’opinione pubblica già lanciata verso sogni di medaglia, ricordando come si debba pensare “partita per partita”. Anche la seconda gara, tuttavia, si pone in continuità con l’esordio: netto 3-1 alla Turchia, 29 punti di Paola Egonu grazie anche all’intesa con Malinov, rientro di capitan Sylla. Le prime avvisaglie che non tutto stia andando come trionfalmente previsto, tuttavia, arrivano alla quarta uscita: dopo aver regolato anche l’Argentina, infatti, l’Italia viene nettamente sconfitta dalla Cina già eliminata, perdendo la possibilità di centrare con anticipo il primo posto nel girone, sfumato definitivamente in seguito alla seconda batosta, patita qualche giorno dopo con gli USA.

Le Azzurre arrivano quindi ai Quarti di Finale con più dubbi che certezze, preoccupate anche dall’avversario postogli davanti dagli incroci col gruppo A: non più la comoda Repubblica Dominicana, bensì la Serbia, vero e proprio incubo degli anni precedenti. La vittoria delle balcaniche è nettissima: 72 minuti di gioco, 3-0 senza appello. Il disastro è ovviamente tecnico e le soluzioni tattiche adottate sembrano ancora una volta insufficienti per superare un tornante di montagna apparso per diversi anni troppo ripido. Tuttavia, in un modo che un grande attore contemporaneo definirebbe “molto italiano”, il dibattito pubblico si sposta fin da subito su quello che Davide Mazzanti individua come il vero nocciolo della questione: i social.
“Questa esperienza negativa può trasformarsi in una palestra che ci allenerà per il futuro. Ho raccomandato alle ragazze di staccarsi da quello che le circonda, perché la melma quando arriva, arriva; ed è dura levarsela di dosso. Staccarsi dai social è più difficile per loro che per me: ma questa sconfitta ci servirà anche su questo fronte».
Non sono state battute sbagliate o un muro mal congeniato, né le svariate sconfitte consecutive contro una Nazionale che, in quella fase, appariva semplicemente come migliore, bensì balletti, reel, e, come avrebbe ricordato qualche giorno dopo anche il “Corriere della Sera”, i selfie. Una ricostruzione che anche all’epoca sembrava quantomeno discutibile, e che oggi, con il famoso senno del poi, si può tranquillamente definire come falsa. Il sereno in casa azzurra, comunque, non tarda ad arrivare: settembre porta in dote tanto alla nazionale femminile quanto alla maschile il titolo europeo, e il movimento pallavolistico si illude, ancora una volta, di aver ricominciato a dominare. Non sarebbe andata esattamente così.
Guerra Fredda: il biennio 2022-2023
Il primo, vero appuntamento post-Europeo delle Azzurre è, come sempre, la VNL del 2022. Tra Ankara, Brasilia e Sofia l’Italia sembra fin da subito riprendere da dove avevano lasciato, dominando la competizione e superando l’ostacolo serbo. La competizione iridata, però, è un’altra storia.
L’Italvolley parte bene nel girone di Arnhem, superando agilmente Camerun, Porto Rico, Belgio, Kenya e le padrone di casa dei Paesi Bassi. Anche il secondo gironcino di Rotterdam sembra confermare il ruolo di favorita della nazionale italiana, sconfitta soltanto dal Brasile al tiebreak. Proprio le verdeoro, tuttavia, saranno le mattatrici delle Azzurre in semifinale, superando il gruppo di Mazzanti con un netto 3-1. Il risultato in sé non sarebbe per nulla negativo, con l’Italia che si conferma sul podio mondiale dietro soltanto alle corazzate Brasile e Serbia, ma la coda di polemiche degli anni precedenti torna a farsi sentire.
I giornali battono soprattutto, in maniera più o meno velata, sul ruolo da star mondiale assunto, per ragioni squisitamente tecniche, da Paola Egonu. Le polemiche e le insinuazioni, peraltro di scarso valore sportivo e talvolta beceramente razziste, colpiscono a tal punto Paola da portarla ad ipotizzare un abbandono della Nazionale. Dietro a quella scelta, tuttavia, non ci sono soltanto gli odiatori da tastiera o giornalisti che ancora credono che le squadre siano vincenti soltanto quando tutti si vogliono bene, ma anche decisive incomprensioni tecniche ed umane con il CT, come confermerà lui stesso dopo il suo esonero.
“Dopo la semifinale al Mondiale 2022, Paola mi ha detto che non avrebbe più voluto lavorare con me. Prima dell’estate ho avuto un confronto con lei: si è scusata, siamo ripartiti dal collegiale di Firenze, ma in ritiro ha fatto fatica.”
L’esplosione delle tensioni, mantenute anche con giocatrici decisamente meno “mediatiche”, avviene nell’Europeo del 2023, l’ultimo giocato prima di quello al via in questi giorni e il vero punto di svolta della storia che abbiamo tentato di raccontare. L’inverno è complesso: Mazzanti viene confermato con qualche crepa dal consiglio federale di gennaio, e annuncia che non diramerà le convocate prima dell’immediatezza dell’estate. Paola, ospite a Sanremo, tenta di ricomporre con l’ambiente azzurro, dichiarandosi disponibile. La tregua, comunque, rimane armata, e il CT non specifica mai nel corso dei mesi quali siano le sue idee per la competizione continentale, diventando quasi sempre poco intelleggibile nelle sue conversazioni con i media.
In estate, le scelte: fuori De Gennaro, Bosetti e Chirichella, dentro la giovanissima e appena naturalizzata Ekaterina Antropova, che da diverse parti viene ritenuta perfetta per avere anche delle soluzioni con due opposte in campo contemporaneamente. La sera di Ferragosto, nella splendida cornice dell’Arena di Verona, il debutto della Nazionale lascia tuttavia delle impressioni diverse, confermate dalle partite successive: Egonu rimane fuori in maniera praticamente continuativa, Kate mostra tutto il suo talento, ma porta l’Italia soltanto fino al quarto posto. L’addio, in questo caso, è inevitabile. Paola non partecipa al Pre-Olimpico successivo, mentre il CT viene di lì a poco salutato dalla Federazione. Da lì, tutto quello che sappiamo, l’arrivo di Velasco, le ulteriori polemiche a distanza e le vittorie. A poche ore dal debutto in un Europeo dal sapore decisamente diverso da quello precedente, tuttavia, ci sembrava corretto ricordare il percorso che ci ha portato a ritornare ad essere una nazionale vincente.
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